Santa Maria in Silvis: sentieri

Sentieri

Nome Partenza Destinazione Tempo
01 Sentiero del rosario San Giorgio Santa Maria in Silvis 25’
02 Sentiero della giustizia San Giorgio Piazzale della quercia

Castangolino

Santa Maria in Silvis

5’

15’

30’

03 Sentiero della fedeltà Cimitero di Valle Avellana Monte Osteriaccia

Ripamassana

Piandicastello

Onferno

45’

1 ora 15’

1 ora 45’

2 ore 30’

04 Sentiero della speranza Castello Rio Petroso

Villa

Serra

Strada Provinciale

15’

30’

45’

55’

05 Sentiero della lode Santa Maria in Silvis Ca’ Arpino

Auditore

45’

2 ore

05 Sentiero della lode Sentiero 05 Baita 15’
06 Sentiero dell’amicizia Fondovalle Rio Petroso Lungo Rio Petroso innesto strada 30’
07 Sentiero della verità Sentiero 04 Innesto strada per San Giorgio 20’
08 Sentiero della pace Passo Trabocco Innesto sentiero 03

Strada Provinciale

Monte Altavelio

20’

40’

1 ora 20’

09 Sentiero della carità Passo Trabocco Innesto sentiero 03

Ripamassana

20’

45’

10 Sentiero della libertà Sentiero 08 Fondo valle Rio Petroso 25’
11 Sentiero della fortezza Fondovalle Rio Petroso Innesto sentiero 12 30’
12 Sentiero della gioia Strada
Provinciale vicino Monte Altavelio
Santa Croce

Bronzo

1 ora 30’

1 ora 45’

13 Sentiero della fede Sentiero 02 S. Bartolomeo

Rio Petroso

15’

20’

14 Sentiero della sapienza Strada Provinciale vicino Monte Altavelio Monte Altavelio

Monte San Lorenzo

Val di Teva

10’

50’

2 ore

15 Sentiero della tolleranza Chiesa Val di Teva Monte Sabatino

Monte Altavelio

20’

45’

16 Sentiero della mitezza Sentiero 12 Val di Teva 25’
17 Sentiero della coerenza Sentiero 12 San Giovanni

Incrocio strada Val di Teva

20’

30’

18 Sentiero della lealtà Sentiero 12 Serra Valle Avellana 30’
19 Sentiero della solidarietà Strada Provinciale Fogliense Incrocio sentiero n.° 12 1 ora
20 Sentiero dell’impegno CHIESA DI BRONZO Certalto

Macerata Feltria

1 ora

1 ora 45’

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Santa Maria in Silvis: ritrovamento

Ritrovamento

Il ritrovamento dell’affresco

(Angelo Chiaretti, Ispettore Onorario Beni Culturali)

Era un freddo pomeriggio di fine anno 1994 quando, accompagnato da Alberto Giorgi, appassionato cultore di storia locale, percorrevo fra il grano già germogliato il piccolo sentiero che conduceva alla Chiesa di S. Maria In Silvis.

Non dimenticherò il primo impatto con quei ruderi avvolti dai rampicanti, sconvolti dalle radici degli alberi ed abbandonati all’attacco del tempo dall’incuria degli uomini: l’edificio giaceva profondamente ferito, nonostante che i candidi portali romanici e le finestre in pietra resistessero eroicamente.

Occhieggiammo da quel magico finestrino che, dalla parte del fiume Foglia, consentiva a fedeli e pellegrini di pregare e di osservare all’interno della chiesa pur restando sulla strada, e fu in quel momento che ci apparve, come in una “mirabile visione” di dantesca memoria, l’affresco raffigurante la Madonna e il Bambin Gesù. Pur in condizioni precarie, i volti e le vesti splendevano ancora nella luce pomeridiana e rivelavano un’esecuzione non magistrale ma certamente pregevole e comunque importante nel quadro della storia dell’arte di queste nostre Terre fra Romagna e Marche.

Entrammo attraverso un ampio squarcio nel muro laterale: ai piedi dell’altare e dalla parte dell’affresco spiccavano decine di ceri rossi completamente consumati, ma ve n’erano anche di intatti evidentemente in attesa di essere usati, che facevano pensare a liturgie sospette, visto che tutt’intorno erano sparse anche bottiglie di bibite e di bevande alcoliche, oltre ad oggetti di ogni genere.

Tornato a casa, decisi di segnalare la cosa alla competente Soprintendenza, ma poi, per praticità, pensai di rivolgermi al caro amico ed ispettore Francesco Vittorio Lombardi, che incontravo ogni lunedì presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro, dove conducevo ricerche d’archivio sull’Accademia Pesarese.

Gli chiesi se conoscesse il luogo, l’edifico e l’affresco; avendo ricevuto risposta negativa, fornii una dettagliata ed entusiastica descrizione. Vittorio, masticando il suo sigaro spento, promise che se ne sarebbe interessato, e nei suoi occhi vidi brillare la luce di chi ha colto l’importanza del messaggio.

Così, ogni lunedi la mia domanda si ripeteva: “Come vanno le cose? Ci sono novità?” La risposta è oggi davanti agli occhi di tutti: l’affresco è stato “strappato” dal muro e custodito nella Chiesa Parrocchiale di Casinina, mentre l’edificio, meritoriamente restaurato, ha riacquistato potenza a testimonianza di un passato che non cessa di commuoverci.

Santa Maria in Silvis: storia

Storia

LA CHIESA ROMANICA E L’AFFRESCO QUATTROCENTESCO
DI S. MARIA IN SILVIS DI VALLE AVELLANA

(Francesco V. Lombardi)

La collocazione topografica, ambientale e viaria

In epoca moderna e fino a pochi anni fa, anche in sede locale quasi nessuno conosceva l’esistenza di una chiesetta in grave stato di abbandono, dedicata a Santa Maria, con l’aggiunta del caratteristico locativo ‘in Silvis’, che perpetuava la sua antica denominazione derivante dal latino.

Eppure essa era segnata sulle carte dell’Istituto Geografico Militare 1:25.000 e anche 1: 100.000, nel quadrante di Sassocorvaro, in provincia di Pesaro e Urbino. Dall’Unità d’Italia, assieme al vicino castello di Valle Avellana[1], il luogo è stato ricompreso proprio nel comune di Sassocorvaro[2]. Annessa alla chiesetta c’era una casa, forse un tempo abitazione del rettore, e poi di una famiglia colonica. Poco distante c’era un’altra casa rurale, ora scomparsa.

La posizione di questo piccolo nucleo si trova su una balza pianeggiate, a 439 metri sul livello del mare, con ripidi pendii su tre fronti che si affacciano panoramicamente sulla media vallata del fiume Foglia, fra Casinina di Auditore e Bronzo di Sassocorvaro. Proprio di fronte, verso ovest, si prospetta ancora pressoché intatto, il nucleo castellano murato con porta gotica di Valle Avellana (m. 370). A nord si erge la dorsale del Monte di S. Giovanni con la sommità detta Osteriaccia (m. 631). Già il nome stesso evoca un punto di ricovero e di accoglienza della viabilità antica in una landa montagnosa priva di abitazioni.

In effetti, quando la più frequentata direttrice di collegamento fra la vallata fogliense e quella del Conca, che passava più a ovest lungo l’asse M. Altavelio – S. Croce – Bronzo, era interrotta a causa di tensioni politico – militari fra i signori di Rimini e quelli di Urbino ( M. Altavelio infatti era dei conti di Montefeltro ), allora la viabilità dei sudditi e degli alleati dei Malatesti si spostava su questo corridoio parallelo facendo perno su Valle Avellana e S. Maria in Silvis. Dal fondovalle – ove c’era e c’è ancora la Celletta – la strada saliva lungo il corso d’acqua chiamato Rio Petroso proprio dal castelletto di cui ancora rimangono i ruderi. Ma per evitare il castello di Valle Avellana, luogo militare, c’era una deviazione sulla destra che saliva alla chiesetta di S. Maria in Silvis, per ricongiungersi con quella che passava sotto le mura del castello principale.

Di qui si saliva al Passo detto ‘del Trabocco’[3] e poi si poteva percorrere agevolmente l’altipiano fino al Trebbio, per scendere verso Molino Renzini, sul fiume Conca e proseguire oltre S. Maria del Piano e Montescudo per Rimini. Dal passo del Trabocco si poteva scendere anche lungo il Ventena di Castelnuovo, passando sotto Torricella, fino all’incrocio con la ‘Strada petrosa’ fra S. Pietro in Cotto di Morciano e Monte Fiore.

Ma anticamente doveva esservi anche una strada di alta costa lungo il versante sinistro del fiume Foglia che collegava Auditore ( m. 375) con Valle Avellana ( m. 370) e i centri dell’alta Fogliola e poi del Conca, passando appunto per S. Maria in Silvis. Ora tutta la zona appare sconvolta da una antica frana, che conserva il ricordo nel toponimo di Ca’ Arpina, cioè Casa della Rupina.

Ecco quindi l’importanza e la spiegazione della funzione che aveva questa piccola cellula religiosa che a prima vista ora appare sperduta in mezzo ad un territorio disabitato e un tempo -per di più- sicuramente boscoso[4]. Ma nel medioevo i mezzi di collegamento erano ben diversi da quelli della locomozione moderna. Allora si andava solo a piedi o con cavalcature e le mulattiere erano le strade paritariamente frequentate da papi, re, imperatori, pellegrini e mercanti, artisti girovaghi e viandanti, povera gente e mendicanti.

La rupe tufacea su cui e stata costruito l’oratorio di Santa Maria in Silvis

Le notizie storiche.

Fino ad ora la documentazione storica su questa chiesa è del tutto scarsa. Si sa solo che non era parrocchiale, ma cappella semplice, cioè non aveva cura d’anime. Quindi non aveva un parroco o rettore, ma solo un cappellano curato, provvisto di qualche bene immobile di dotazione ecclesiastica. La chiesetta dipendeva dalla non lontana parrocchia di S. Giorgio di Valle Avellana, che forse anticamente era situata dentro il castello, e che fu poi ricostruita lungo la strada che sale verso monte, su un rialzo del terreno.

Una inedita visita pastorale del vescovo di Rimini, Mons. Salicini, attesta che il 16 di marzo 1594 egli si fermò nella chiesa parrocchiale di S. Giorgio di Valle Avellana e che il giorno seguente si recò in quella di S. Maria in Silvis, retta dallo stesso parroco, rilevando che non erano stati ancora messi in atto i decreti del Concilio di Trento e ordinando di fare l’imagine della Madonna. Notizie di altre visite pastorali saranno riportate in altri contributi di questo libro.

L’unico accenno a stampa conosciuto è nel ‘Trattato de’ luoghi pii e de’ Magistrati di Rimino’, pubblicato nel 1617 da Cesare Clementini. In esso sono citate due volte le chiese di S. Bartolomeo di Rio Petroso e di S. Maria di Terra Rossa ( cioè la nostra chiesa ) oltre quella di S. Giorgio di Valle Avellana[5]. Il toponimo di ‘Terra Rossa’ usato in quei tempi derivava dalla natura e colorazione del terreno arenaceo che presenta una tonalità che tende all’ocra.

Ma se S. Maria non fu mai parrocchia, viene spontaneo chiedersi quando, come e perché essa fu fondata. Si può tentare di rispondere a queste domande, considerando che essa si trovava su un luogo di transito, che in origine doveva esserci solo una piccola celletta di ricovero dei viandanti, che fu poi ingrandita, abbellita e dotata di beni terrieri. Questo fatto può essere collegato solo a qualche evento miracoloso che ha indotto qualche facoltoso benefattore a far erigere in quel posto – come un piccolo santuario- un isolato gioiello di architettura romanica fra il XII e il XIII secolo, di cui rimangono a testimonianza varie parti residue.

Un piccolo edificio sacro di origine romanica

Fra la metà del 1100 e i primi decenni del Duecento tutta questa fascia montana medioadriatica fu percorsa da una seconda ondata di maestranze itineranti di artefici che provenivano dal nord Italia, e che costruivano edifici religiosi – grandi e piccoli- secondo lo stile che fu poi denominato romanico, perché si richiamava ai canoni dell’antica arte romana[6].

L’originaria chiesa di S. Maria in Silvis fu costruita da un gruppo di questi mastri muratori. Ne fanno fede alcune residue parti dei paramenti murari che ancora si presentano con belle pietre squadrate di arenaria color ferrigno, di cava locale, magistralmente congiunte insieme con un invisibile velo di calce; ne fa fede l’originario portale laterale sud, sormontato da un arco a pieno centro; ne fa fede la vicina finestrella centinata con un monolito della stessa pietra: e infine il grande arco trionfale che delimitava la tribuna, ora innestato nella muratura della facciata d’ingresso.

Occorre subito rendersi conto che l’allineamento della originaria costruzione sacrale era disposto sull’asse ovest – est, cioè con l’entrata ove è ora l’altare e con l’abside ove è ora la porta. Questo fatto rientra in un modo consueto di costruire le chiese da parte di committenti religiosi medievali e di costruttori d’epoca romanica. L’abside era rivolta a oriente per il mistico raccoglimento in preghiera verso i luoghi santi della cristianità, ma aveva anche lo scopo pratico di far entrare dalle finestrine svasate i primi chiarori dell’alba ed i primi raggi del sole nascente per lo svolgimento delle funzioni mattutine.

Di ciò si ha anche una testimonianza concreta: nel corso dei recenti restauri è stato rilevato e messo in luce, sia all’esterno che all’interno della attuale facciata d’ingresso, il già ricordato grande arco in belle pietre squadrate e sagomate di arenaria. Altro non era che l’attacco dell’abside semicircolare che era rivolta verso oriente. La chiesa quindi ad una certa epoca è stata girata all’incontrario.

All’interno si nota che entrambe le pareti terminali della piccola zona del nuovo altare erano affrescate, e forse anche la piatta parete di fondo. Se in quella di destra fu fatto l’affresco che ci è rimasto, della Madonna col Bambino risalente ai primi anni del ‘400, allora vuol dire che già in tale epoca la disposizione della chiesa era stata capovolta, con l’ingresso a est e con la parte dell’altare verso ovest. Si tratta di un fenomeno abbastanza diffuso che ha modificato l’assetto di molte chiese romaniche e gotiche per ristrutturazioni causate da eventi sismici o da deterioramenti climatici.

Poi, verso il 1600 la chiesetta fu di nuovo ristrutturata in più punti, forse a seguito di un parziale crollo. All’interno, lungo tutto il sottotetto fu abbellita da una cornice di stucco e venne del tutto imbiancata. Sotto tale copertura fu nascosto anche il nostro dipinto fino agli anni dell’ultima guerra, quando poco a poco la scialbatura fu corrosa dagli agenti atmosferici e la pittura a tempera (che impropriamente continueremo a chiamare affresco) ritornò alla luce.

Ma proprio in tale epoca le porte vennero scardinate, il tetto cominciò a deperire e a cadere a pezzi: all’interno della chiesa, vicino al portoncino laterale meridionale si interrò un seme di una pianta locale che germogliò: l’alberello in cerca di luce fece uscire il proprio fusto dalla apertura di questa porticella, così come dimostra la foto che fu scattata in occasione della prima nostra visita. Il pavimento allora era stato sacrilegamente sconnesso, violando le tombe sotterranee, da parte di ‘sciacalli’ che cercavano improbabili ‘tesori’. L’informazione avuta dall’amico Angelo Chiaretti, che mosse allora l’interesse di chi scrive, fu quella che un pregevole affresco veniva preso a sassate nel corso di riunioni notturne da parte di ‘vandali’, e che la gente del posto riteneva che vi si facessero le ‘messe nere’. Mentre le autorità locali, Comune e Comunità Montana, si dedicavano a dare lustro al paese di Sassocorvaro con l’invenzione dell’ e con l’istituzione del , nel loro territorio si consumava questo deprecabile misfatto su un’opera d’arte.

Il quattrocentesco affresco deturpato di S. Maria in Silvis.

A chi lo vide per la prima volta nel marzo del 1995, illuminato dal sole che batteva nella parete destra della chiesa, entrando a cielo aperto dal tetto non più esistente, l’affresco si presentava con i colori alquanto sbiaditi, che tendevano al color ocra, ma lo si poteva cogliere a colpo d’occhio in tutta la sua bellezza.. La Madonna, in posizione frontale, aveva il volto statico, dal colorito perlaceo, dalle fattezze e dai lineamenti perfetti: la bocca piccola e ben disegnata, gli occhi magistralmente segnati , le ciglia rimarcate quasi come con una moderna matita estetica; le pupille vive, dolci, ma fisse; le sopracciglia arcuate, quasi modernamente rifilate. Così la immaginazione del solitario visitatore l’ha memorizzata, guardando solo la parte sinistra del dipinto, scattando le poche diapositive rimaste. Queste poi hanno rotto l’incanto perché purtroppo la parte speculare destra del viso vi appariva irrimediabilmente perduta per una sacrilega ferita di colpi che avevano intaccato tutta la pellicola pittorica fino al nudo intonaco.

Il viso era incorniciato da una miniata aureola circolare e dalla fronte scendevano fin sulla veste trapunta di stelle i lembi del velo che copriva il capo. Con ogni probabilità la figura della Vergine, scomparsa nella parte inferiore, si presentava seduta, forse in trono, secondo un modello consueto fra il Duecento e gli inizi del Quattrocento. Sulle ginocchia appariva seduto di profilo, voltato da sinistra verso destra -rispetto a chi guarda- il Bambino Gesù, coll’aureola e i capelli ondulati. Anche parte del piccolo viso è andata sacrilegamente perduta. Ma è rimasto ben integro il grazioso particolare delle mani. Su quella di sinistra è posato un piccolo uccello – sembra un falchetto – che col becco si protende a pizzicare il dito della mano destra che il Bimbo gli porge.

Forse nessun altro simbolo meglio di questo avrebbe potuto caratterizzare l’intitolazione della chiesa dedicata a S. Maria ‘in Silvis’.

Il pannello di fondo è costituito da una tenda con motivi a broccato, con pieghettature che rivelano una certa professionalità dell’arte pittorica. Un frammento di fascia a decorazione analoga sta a testimoniare che la raffigurazione era racchiusa in un riquadro ornamentale, secondo una tipologia consueta degli affreschi devozionale fra Trecento e Quattrocento.

Ma ciò che desta meraviglia è la squisita fattura del volto della Vergine, quello che veramente può dare l’avvio alla ricerca dell’autore del dipinto.

L’attribuzione dell’affresco.

In mancanza di documenti sulla antica committenza delle opere d’arte, la ricerca di ogni autore va necessariamente fatta sui caratteri stilistici che rivelano una mano d’artista o della sua scuola: si tratta di ricercare una firma non firmata. Dal punto di vista storico, la presenza di un affresco è della massima importanza, perché esso testimonia senza ombra di dubbio la presenza in loco del pittore, e quindi il caso è ben diverso da quello di una tavola dipinta, opera di bottega, che poteva essere stata realizzata in un luogo e trasportata anche lontano per committenza, vendita, furto o altro. In questo caso l’affresco di S. Maria in Silvis è stato fatto proprio per questa chiesa.

Nel convegno di studi, promosso da chi scrive, tenutosi a Sassocorvaro il 6 ottobre 1996 su ‘La pittura nel territorio di Sassocorvaro dal ‘300 all’800’, Maria Rosaria Valazzi – della Soprintendenza ai Beni artistici e storici delle Marche – ha svolto una relazione su ‘Il salvataggio e il recupero di un affresco del ‘400 a Valle Avellana (1995)’. In quella sede l’illustre studiosa ha attribuito l’affresco alla Scuola umbro – marchigiana.

La ulteriore ricerca stilistica dell’autore di quest’opera ha portato ad individuare uno dei nomi più noti della pittura umbra degli inizi del ‘400: cioè Giovanni di Corraduccio da Foligno, detto il Mazzatosta.

In un documento del 6 aprile 1415 ‘Magister Johannes Coradutii de Fulgineo’ promette di decorare nello spazio di tre mesi tutta la Cappella di S. Croce nella chiesa di S. Venanzo di Fabriano[7]. Ancor oggi nella stessa parte della chiesa, ora Cattedrale, sono conservati un paio di frammenti di una Crocifissione[8]. Due ‘Pie Donne’ sorreggono la Vergine in deliquio per il dolore: quella di sinistra, a viso frontale, rivela i caratteri somatici che poi saranno ripresi nel volto della Madonna di S. Maria in Silvis. Ma la conferma di questa circolarità di attribuzione: documentazione dell’artista > ciclo pittorico si S. Croce di Fabriano > affresco di S. Maria in Silvis, viene da un’altra stupenda pittura murale: la Madonna col Bambino della chiesa dei Frati Minori di Massa Fermana (AP)[9]. Qui, il Bambino Gesù ha nella mano un piccola rondinella. Oltre a ciò questa raffigurazione è del tutto analoga alla Madonna col Bambino del Palazzo Comunale d Montefalco (PG), pure attribuita a Giovanni di Corraduccio da Foligno. Qui il Bambino tende la mano verso un pulcino che esce dall’uovo tenuto in mano dalla Madre[10]. Si tratta di una fra le più commoventi simbologie della maternità.

Tutte queste composizioni, con lo stesso tema della Madonna in posizione frontale e col Bambino in braccio, riecheggiano le connotazioni tipologiche della Madonna di S. Maria in Silvis, anche se qui il Bambino è rivolto da sinistra verso destra. Rispetto alle perecedenti rappresentazioni nel nostro esemplare il pittore ha disposto in senso inverso il cartone traforato che serviva per delineare le sagome delle figure sul muro, spruzzandovi la polvere di gesso o di carbone come traccia per la successiva stesura del colore.

Sicuramente tutte sono databili al primo o secondo decennio del Quattrocento. Si avrebbe con ciò una riprova che Giovanni di Corraduccio spaziava nei suoi viaggi, non solo per l’Umbria, ma anche nelle basse e medie Marche ed era perfino risalito a nord in un lembo della diocesi di Rimini incuneato nell’alta Marca, come appunto il territorio di Valle Avellana. D’altra parte, già Federico Zeri ha ampiamente mostrato come il pittore di Foligno conoscesse bene modi e stilemi artistici dei pittori riminesi della fine del Trecento e come era stato certamente influenzato dalle opere di Carlo da Camerino[11].

Questo territorio fu costantemente incluso nella diocesi di Rimini dall’alto medioevo ai giorni nostri[12]. Era quindi naturale che rientrasse nell’area di influenza comitativa del potente comune riminese anche prima dell’avvento della grande signoria dei Malatesti (1292). Da tale epoca in poi Valle Avellana costituì uno dei principali castelli di frontiera dello stato malatestiano. Nella ‘Descriptio Romandiole’ fatta fare nel 1371 dal cardinale Anglic Grimoard. si riporta che nel comitato della città di Rimini vi è anche ‘Castrum Vallis Avellane’ nel quale risiedono 14 famiglie tassabili[13].

Sono note le secolari vicende di conflitti fra i Malatesti e i conti di Urbino che possedevano numerosi castelli di ostruzione della Valle del Conca ( M. Grimano, M. Altavelio) e nella valle del Foglia ( Frontino, Belforte ). Quindi in certi periodi particolari, come si disse, di tensioni politiche, religiose e di ostilità militari questa proiezione del territorio riminese fino alle rive del fiume Foglia, ebbe anche la funzione di corridoio continuo di passaggio e di collegamento sicuro da Rimini verso la Valle del Tevere (cioè Sansepolcro e Roma) attraverso i territori dei fedeli alleati Brancaleoni, cioè Sassocorvaro, S. Angelo in Vado e Mercatello.

Su questa direttrice oltre che i soldati, i mercanti, i pellegrini, erano passati i pittori riminesi della prima metà del Trecento per andare ad Assisi ed a Roma a vedere e imparare le nuove forme d’arte espresse da Cimabue e da Giotto[14].

Nel 1404 c’era passato un ambasciatore fiorentino, Rinaldo degli Albizzi, che ha lasciato scritto ‘…Domenica adì 25 di maggio, partii da Rimini, albergai a Saxcorbaro; adì 26 a Mercatello a desinare’. Poi valicò l’Appennino, verso Sansepolcro e Firenze[15].

Quattro anni dopo, nel 1408, in senso contrario si registra il passaggio di papa Gregorio XII (al secolo Angelo Correr)[16], che ebbe il coraggio di rinunziare poi alla tiara pontificia per l’unità della Chiesa. Il 27 ottobre il corteo papale parte da Sansepolcro, passa per Mercatello e Sassocorvaro (Mercatale); il 1 novembre è a Monte Scudo[17] e il 3 successivo entra a Rimini[18]. Ecco che allora si ha la conferma della funzione che aveva S. Maria in Silvis proprio negli anni in cui fu dipinto l’affresco. Al seguito del corteo papale c’era anche il pittore Giovanni di Corraduccio da Foligno?

[1] Sul castello medievale di Valle Avellana manca ancora uno studio specifico. Per ora cfr. AA. vv., Rocche e castelli di Romagna, III, Bologna 1972, pp. 344-345.

[2] G. ALLEGRETTI, Mutazioni circoscrizionali nei comuni di Montefeltro e Massa (1814 – 1823), in ‘Studi Montefeltrani’, 4 (1976), p. 32, quadro IV, p.40.

[3] Archivio di Stato, Pesaro, Legazione Apostolica, Lettere delle Comunità, Montefeltro, b. 82 (1707. Scriveva il Podestà di Tavoleto a data 17 giugno 1707: ‘ Strada del Trabocco fra il Castello di S. Giovanni e quello di Valle Avellana. Strada veramente publica, non solamente assaissimo pericolosa nel transito, quanto fa tremare lo spirito il vederla dal gran precipitio’.

[4] A monte della chiesetta, nell’ultimo dopoguerra è stato fatto un rimboschimento di terreni abbandonati con improprie piantagioni di conifere.

[5] C. CLEMENTINI, Raccolto Istorico della fondatione di Rimino e dell’origine et vite de’ Malatesti, vol. I, Rimini 1617, allegato pp. 18-19.

6 F. V. LOMBARDI, L’architettura romanica e gotica, in AA. vv., Il Montefeltro – 1. Ambiente, storia e arte nelle alte valli del Foglia e del Conca, Villa Verucchio 1995, p. 253. L’autore non conosceva ancora questo rudere.

[7] A. ROSSI, Una visita all’Archivio Notarile di Fabriano, in ‘Giornale d’erudizione artistica’, II (1873 ), fasc. I, p. 81.

[8] B. MOLAIOLI, Nota su Giovanni di Corraduccio da Foligno, in ‘Rassegna Marchigiana’, IX (1930-31), pp. 33-37.

[9] Soprintendenza alle Gallerie e Opere d’Arte delle Marche, Mostra di opere d’arte restaurate, Urbino 1967, n. 4, pp. 13-14, fig. 5 ( F.A.G. ). L’attribuzione fu allora riferita a un ‘Pittore Camerte degli inzi del sec. XV’. Puntuale l’assegnazione a Giovanni di Corraduccio in M. BOSKOVITS, Osservazioni sulla pittura tardogotica nelle Marche, in AA. vv., Rapporti artistici fra le Marche e l’Umbria (Convegno di studio Fabriano -. Gubbio 8-9 giugno 1974), Deputazione di storia patria per l’Umbria Perugia 1977, in particolare pp. 40-44 e tav. 30.

[10] Ivi, tav. 31. Una recente verifica sull’originale, commissionata ad un esperto d’arte, ha rivelato che l’opera è stata in quel punto restaurata, ma che ‘si distingue abbastanza chiaramente la forma dell’uovo con una macchia in alto’. L’opera più completa sul pittore è: Giovanni Di Corraduccio, Catalogo della mostra fotografica, Moltefalco agosto 1976, a cura di P. Scalpellini, Foligno 1976. Per altri confronti si vedano in essa, p. 116 fig. 30: la Madonna con Bambino (che tiene sulla destra una piccola colomba), Castelbuono di Bevagna; p.240 fig. 107, Montefalco, San Francesco; p. 252, fig. 120: Volto della Madonna, Foligno Pinacoteca; p. 258, fig. 126, Foligno San Salvatore.

[11] F. ZERI, Un’aggiunta a Giovanni di Corraduccio, in IDEM, Diari di lavoro, Torino 1976, ora in IDEM, Giorno per giorno nella pittura. Scritti sull’arte dell’Italia centrale e meridionale dal Trecento al primo Cinquecento, Torino 1992, pp. 62-63. Per le opere di Carlo da Camerino nella zona cfr. F. V. LOMBARDI, Due opere di Giovanni Baronzio e di Carlo da Camerino da Macerata Feltria a Urbino, in AA.vv., Il Convento di S. Francesco a Macerata Feltria, (Atti del Convegno di Studi 30 agosto 1981), San Leo 1988, pp. 111-131. IDEM, La trecentesca croce dipinta di Carlo da Camerino a Macerata Feltria, in ‘Studi Montefeltrani’, 15 (1988), pp. 5-37. Per una tendenziale attribuzione divulgativa a Carlo di Camerino dell’affresco di Massa Fermana e di un altro nella Pinacoteca di Ancona, pure assimilabile a quello di S. Maria in Silvis, cfr. A. STRAMUCCI, Conosci le Marche, Guide turistiche, Rimini 1974: Ascoli Piceno, p. 104; Ancona, p.23.

[12] L. TONINI, Della storia civile e sacra riminese, III, Rimini 1862, pp. 104, 134, 608-614, 623-626.

[13] L. MASCANZONI, La ‘Descriptio Romandiole’ dl Card. Anglic. Introduzione e testo, Bologna 1985, p. 247. Per una comparazione viciniore si faccia mente locale che Rio Petroso aveva 6 famiglie, Auditore 21, Tavoleto 30, Ripa Massana 6, Torre (cioè Torricella) 9.

[14] P. G. PASINI, La pittura riminese del Trecento, Milano 1990.

[15] R. DEGLI ALBIZZI, Commissioni per il Comune di Firenze, a c. di C: GUASTI, n. VIII, Firenze 1867.

[16] L. ZANUTTO, Itinerario del Pontefice Gregorio XII da Roma (9 agosto 1407) a Cividale del Friuli (26 maggio 1409), Udine 1901, p. 72. E’ del tutto fuori di logica storica e topografica l’ipotesi qui fatta, sulla base di una indicazione di C. Tonini, secondo cui il papa passasse per Urbino. In primo luogo perché il conte Guidantonio da Montefeltro era favorevole all’antipapa Benedetto XIII; in secondo luogo perché non si spiegherebbe il passaggio per Montescudo, che era del tutto fuori del tracciato naturale Urbino – Monte Fiore – Rimini, ed era invece allineato con quello Sassocorvaro – Rimini. Ma cfr. anche la nota seguente sull’informazione che i sammarinesi ritengono di dare al forse ignaro conte Guidantonio del passaggio del papa da Montescudo. Inoltre è noto che, a garanzia della sicurezza del viaggio del papa, la Signoria di Firenze aveva dato in ostaggio ai Brancaleoni 16 giovani delle migliori famiglie, i quali erano custoditi proprio nella rocca di Sassocorvaro. ZANUTTO, Itinerario cit., p. 59, nota 2.

[17] A. BELLU’, Serie di documenti dell’Archivio di Stato di San Marino, in ‘Le Signorie dei Malatesti. Atti della Giornata di studi a San Marino’, Rimini 1991, pp. 60-61: lettera dei Capitani reggenti al conte Guidantonio di Urbino: ‘Avimo presentido che ‘l Sancto Padre gionse a Monte Schudolo giòbia (giovedì) sera proxima passada et che ancho senza fallo va in Arimino’.

[18] L. NARDI, Cronotassi dei Pastori della S. Chiesa riminese, Rimini 1813, p. 194 (458).

Santa Maria in Silvis: fonti storiche

Fonti Storiche

LE VISITE PASTORALI A S. MARIA

(Tarcisio Giungi)

Al di là di ciò che è possibile arguire anche per il nostro territorio da altre fonti generali e, per la chiesa in specie, dall’esame strutturale dell’edificio ed artistico della pittura su muro dei primi del ‘400, le uniche fonti storiche particolari sono costituite dai verbali delle visite pastorali che anche i vescovi di Rimini, in ossequio ai dettami del concilio di Trento (1545-1563), compivano in tutte le parrocchie della diocesi.

Come è facile immaginare, tali verbali – redatti dai segretari – sono spesso di difficile lettura, a causa del deperimento della carta e delle numerose forme abbreviate o contratte, incomprensibili per i profani.

Le notizie non sono numerose e comunque alquanto ripetitive anche a causa del genere letterario di detti verbali: spesso si tratta di elenchi di oggetti situati nelle chiese visitate e di ordini impartiti dal vescovo al sacerdote responsabile della chiesa riguardanti soprattutto il decoro degli arredi per il culto.

Per la nostra chiesa le notizie più importanti non riguardano gli arredi del culto (peraltro assai poveri e comuni a tutte le chiese del tempo), ma la citazione stessa ed il fluttuare del titolo con cui essa viene indicata nelle diverse visite pastorali.

Naturalmente, anche la descrizione puntigliosa della chiesa e dei suoi oggetti, unitamente alla ingiunzioni dei vescovi ai rettori dell’oratorio, ci riportano ad un tempo in cui – almeno nelle nostre campagne tra Romagna e Marche – si respirava ancora un’aria di sacralità, e vita civile e vita religiosa erano strettamente intrecciate fino a formare un unico tessuto sociale.

La visita pastorale di mons. Giovanni Battista Castelli

(vescovo di Rimini dal 1574 al 1584)

Dopo circa 10 anni dalla conclusione del concilio tridentino (1563) che poneva l’obbligo di residenza per i vescovi e di compiere visite pastorali in tutte le parrocchie delle loro diocesi, mons. Castelli ottemperava a questi obblighi e compiva la prima visita pastorale. In quel tempo la parrocchia di S. Giorgio in Valle Avellana dipendeva dalla chiesa plebale di Santa Colomba in Inferno (Onferno) ed aveva due chiese “succursali”, oltre la parrocchiale, sul proprio territorio: la visita pastorale di mons. Castelli a Valle Avellana avvenne il 12 agosto 1577.

Annota scrupolosamente il segretario:
“Ordinazioni per le chiese di Valle Avellana fatte per decreto del rev.mo vescovo di Rimini.

Chiesa di San Bartolo in Rio Petroso. (S. Bartolo o Bartolomeo in Rio Petroso era un oratorio ormai scomparso, di cui si intravvedono pochi resti a destra del torrentello Rio Petroso, in uno scenario affascinante di scoscesi dirupi, scendendo dalla parrocchiale di San Giorgio verso la Celletta). Seguono le indicazioni per questo oratorio. Si passa poi a trattare della nostra chiesa:

Nella chiesa di S. Maria attuino i decreti del visitatore:

– si facci un piede di legno alla croce
– il palio (palliotto, NdR) dell’altare si rinnovi con la figura della Madonna
– lo scabello di pietra si copra di asse
– l’altare si slunghi di asse alla misura degli ordini generali
– si provveda di un piano di candelieri almeno di legno dipinto
– l’altare che è alla nicchia della porta si […] che si possa utilizzare

Le ultime disposizioni riguardano le sepolture sul pavimento e il cimitero. Alcune pagine dopo si ripetono i lavori da eseguire, con l’indicazione precisa del tempo a disposizione. La cosa più interessante è il fatto che il nostro oratorio venga ora chiamato “S. Maria da Terra Rossa” (cfr. in proposito la spiegazione di Francesco V. Lombardi in questo stesso opuscolo):

– il palio dell’altare si rinnovi con la figura della Madonna
– lo scabello di pietra si copra di asse fra tre mesi
– il volto fra quattro mesi sia restaurato
– le muraglie intonichino et s’imbianchino per spazio di sei mesi
– se le figure de Madonna depense sulle mura fra sei mesi non sono restaurate s’imbianchino…
– s’accomodi […]di seta (incerata?) alla finestra
– se le sepolture fra tre mesi non seranno coperte con una pietra […] secondo la forma data si riempiano…
– si provveda di un turibolo con decenza
– (idem) di secchiello per l’aqua binidetta più conveniente di quello che n’è ora
– il cimiterio s’accomodi con la fossa e grata di pietra o di legno all’intorno e le lapidi

La visita pastorale di mons. Giulio Cesare Salicini

(vescovo di Rimini dal 1591 al 1606)

Diciassette anni dopo, mons. Salicini compì una nuova visita pastorale che interessò ancora la nostra chiesa. Dopo essere stato il 16 marzo 1594 a visitare la chiesa parrocchiale di “S. Giorgio in Val d’Avilana”, ove trovò “gli infrascritti decreti essere tutti eseguiti”, così annota sul diario:

“Spostandomi dalla parrocchial chiesa di S. Giorgio andai a visitare la chiesa parrocchiale di S. Maria in Silva adì 17 di marzo 1594, rettore della quale è il rev.mo domino Aloisio Igini da Vale d’Avilana et è […] di S. Giorgio e trovai gli infrascritti decreti né essere eseguiti”.

Naturalmente il buon vescovo non poté che ripetere quanto già prescritto e non eseguito:

– s’accomodi al turibolo il piede et catena fra tre mesi, […] et ho porta dell’altra chiesa e di quello si serva
– si facci l’imagine della Madonna sopra la porta
– li massari di Val d’Avilana e di Rio Petroso fra tre mesi faccino una bara

poiché quella […] che si è indecisissima (?) sotto pena di tre scudi

Le visite pastorali di mons. Angelo Cesi e di mons. Vincenzo Ferretti

Alcune scarne notizie sul nostro oratorio sono contenute nel diario della visita pastorale di mons. Cesi (vescovo di Rimini dal 1627 al 1646), effettuata nel 1644: la chiesa viene detta semplicemente S. Maria presso S. Giorgio di Valle Avellana, senza ulteriori titoli.

Più ricca di notizie ed interessante per il cambiamento del titolo è invece la cronaca della visita pastorale di mons. Ferretti (vescovo di Rimini dal 1779 al 1807), effettuata a Valle Avellana il 13 settembre 1780. Dopo aver descritto tutto quanto c’è nella chiesa parrocchiale di S. Giorgio, si dilunga a parlare dell’”oratorio di S. Maria del Monte Carmelo, posto nei confini della parrocchia di Valle Avellana, annesso alla parrocchia” , sotto la responsabilità dello stesso parroco. Nel ‘700, dunque, la chiesa di S. Maria in Silva (o Silvis) era meglio conosciuta come S. Maria del Monte Carmelo (o del Carmine). Risale sicuramente a questo periodo la bella statua in cartapesta della Madonna del Carmine che era collocata nella nicchia sull’attuale parete absidale e, probabilmente, la nicchia stessa, ottenuta chiudendo una finestra, perfettamente visibile dopo il restauro.

Il testo prosegue riportando interessanti notizie sull’utilizzo e il mantenimento della chiesa: venivano celebrate due Messe alla quarta domenica del mese; c’era una festa con officio di Messe; era stata anche eretta una compagnia (societas) che aveva un reddito “…provenientibus fructibus censuum”.

Fin qui le notizie rinvenute: certamente si tratta di informazioni frammentarie e, per giunta, relativamente tardive, che non sono in grado di farci risalire alle origini dell’oratorio, cioè ai motivi della sua costruzione e alla sua struttura romanica. Tuttavia sono interessanti per gettare un po’ di luce sulla vita della comunità cristiana, anche a Valle Avellana, al tempo della grande riforma tridentina.

La nostra chiesa, in definitiva, eretta anticamente per motivi non noti e sui quali si possono solo fare congetture, era stata sempre dipendente dal parroco di S. Giorgio, anche se in qualche periodo può avere avuto un proprio rettore. Da sempre dedicata a S. Maria, come testimonia anche la pittura murale quattrocentesca e lo stesso toponimo “la Madonna”, ha visto però mutare nei secoli il titolo: S. Maria, S. Maria in Silvis, S. Maria in Silva, S. Maria da Terra Rossa, S. Maria del Monte Carmelo.

Per molto tempo fu anche luogo di sepoltura, come testimonia la presenza delle tombe aperte sul pavimento (delle quattro che c’erano, ricoperte da lastre di pietra, se n’è potuta conservare solo una) ed era probabilmente circondata anche all’esterno da un piccolo cimitero: durante i lavori di restauro, infatti, sono state ritrovate numerose ossa umane, portate, come quelle rinvenute nelle tombe, presso l’ossario del cimitero di Valle Avellana. A ciò si collega l’insistenza di mons. Castelli sull’ordine, il decoro e l’igiene del cimitero di S. Maria.

  1. Maria in Silvis è sempre stato un piccolo oratorio dedicato a Maria, situato in un luogo affascinante e un tempo meno deserto di quanto non lo sia oggi (edificato su una delle direttrici che collegava la Val Foglia alla Val Conca attraverso il valico detto “Trabocco”), da tempo immemorabile luogo di devozione mariana per la gente di Valle Avellana e dei dintorni.

Attraverso alterne vicende, il piccolo oratorio è stato utilizzato fino alla metà degli anni ’50, quando ancora veniva officiato in occasione della festa della Madonna e delle “rogazioni. Poi l’abbandono, il degrado e la progressiva distruzione fino a questi ultimi anni.

Eppure per la gente di Valle Avellana, quel luogo è rimasto sempre “la Madonna”. In una società che tradizionalmente univa la vita religiosa e quella rurale (quale quella delle nostre colline almeno fino al secondo dopoguerra) la figura di Maria è stata sempre associata ai boschi, ai campi, ai monti, e su questi elementi della natura – così preziosi per l’uomo – sempre si è invocata la Sua protezione: “Sub tuum presidium confugimus, sancta Dei genitrix…, ”

Santa Maria in Silvis

Santa Maria in Silvis

L’eremo di Santa Maria in Silvis è situato su uno sperone di tufo. A circa un chilometro dalla casa di San Giorgio in Valle Avellana, in posizione isolata e grandemente suggestiva. Esso consta in 2 edifici distinti: la chiesetta romanica del XIII sec. e la casa, entrambe sono state restaurate in modo radicale nel corso dell’anno 2000 e costituiscono un segno tangibile del Grande Giubileo.

Valle Avellana: costi

I costi della casa sono:

– 180 € a notte fino a 20 persone.
– Nel caso di gruppi più numerosi, si aggiungono 9 € a notte dalla 21° persona in avanti.
– 70 € per un giorno senza pernottamento
– Nei mesi invernali si pagherà a parte il riscaldamento sulla base degli effettivi consumi e della tariffa vigente.

Prenotazioni presso il sig. Elio Mainardi
tel 0541/647422 (piadineria)
cell. 338/8102682
Prenotazioni via email: elio_mainardi@libero.it

Valle Avellana: atteggiamento e comportamento

L’identità della casa, ristrutturata per finalità spirituali ed educative, richiede un adeguato comportamento.

anzitutto:
– un atteggiamento di rispetto e cordialità verso le persone di Valle Avellana (rispetto anche per gli animali e le colture);
– una particolare attenzione per la casa:decoro, ordine, pulizia (anche all’eserno).

è assolutamente vietato:
– scrivere sui muri, sui letti, sulle travi;
– attaccare cartelloni con puntine o scotch su porte e muri, all’infuori degi appositi listelli.

è inoltre importante:
– educare all’economia dei consumi di luce ed acqua;
– rispettare l’attrezzatura della casa;
– mantenere un comportamento adeguato in chiesa;
– pulire accuratamente la casa e l’esterno dopo l’utilizzo.

N.B eventuali danni sarano addebitati al gruppo. A tale scopo una persona incaricata verificherà lo stato della casa, insieme al rersponsabile del gruppo, prima e dopo il soggiorno. Per evitare danni a porte è bene non spostare i letti. eventuali spostamenti dovranno essere concordati con il gestore.

Valle Avellana: sistemazione

La struttura comprende:

 Piano terra: Sala da pranzo con annessa cucina e dispensa, bagno di servizio.
– Primo Piano: Salone riunioni con camino, n. 2 bagni con docce, camerone da letto, stanza da letto per cuoche o responsabili.
– Secondo piano: 3 camere da letto e n. 2 bagni con docce.

La casa è fornita di letti a castello, materassi, cuscini, coperte e di attrezzatura completa di cucina per 40 persone.

Al primo piano una porta immette direttamente nella chiesa parrocchiale, bella e raccolta, praticamente a completa disposizione dei gruppi di ospiti della casa. Alla domenica vengono celebrate le S. Messe per la piccola comunità locale.

Impianto di riscaldamento a gas (radiatori) in tutta la casa. Acqua corrente fredda e calda.

Valle Avellana: casa canonica

La casa Canonica di Valle Avellana (Sassocorvaro PU), gestita dalla parrocchia di San Lorenzo di Riccione, si trovain mirabile posizione, sulla valle del fiume Foglia, a 500 m.s.m, nel cuore dell’antico Montefeltro. La località è assolutamente tranquilla e punto di partenza per bellissime escursioni a piedi nella valle del foglia e dintorni (lago di Mercatale, Sassocorvare, Macerata Feltria, Urbino, Piandicastello, Auditore, Onferno, Urbino, Val di Teva, nonchè escursioni più brevi sul monte, all’eremo di S. Maria in Silvis ecc.). Dista circa 20km dal mare e si presta quindi anche a puntate alla spiaggia.

La casa è ideale per ritiri, convivenze o campi scuole per gruppi di ragazzi e/o adulti. Costruita in pietra nel XVIII sec., è stata completamente ristrutturata nell’anno 1996/97, divenendo così confortevole ed elegante casa di accoglienza, che unisce lo stile rustico e la funzionalità alla comodità della casa moderna. La casa è dotata di ampi spazi esterni: piazzali lastricati per celebrazioni e per incontri, bosco adiacente per grandi giochi, campo sportivo a mt. 100 ecc